Radici di Fede e di Speranza: il cammino di Rut e Noemi

Decidere di restare, decidere di ripartire
Incontro vivo con Gesù vivo in Rut 1, 6-22

I latini dicevano nomen omen — cioè il nome è un presagio, o, più liberamente, nel nome c’è un destino — per ricordare che i nomi non sono soltanto etichette, ma veri e propri programmi di vita. Forse oggi non comprendiamo più fino in fondo questo legame tra il nome di una persona e il suo cammino esistenziale. Eppure, basta guardare alle tradizioni dei nostri paesi, in tutte le regioni d’Italia: era consuetudine dare ai bambini il nome dei propri antenati, quasi a intrecciare il filo della memoria familiare tra le generazioni. Nel nome si custodiva così non solo l’affetto, ma anche la buona memoria del percorso di vita di chi lo aveva portato prima.

I nomi, però, non sono mai soltanto nomi. Lo abbiamo già visto chiaramente nella storia di Rut, nelle presentazioni dei suoi protagonisti che abbiamo meditato il mese scorso. È una storia di nomi che raccontano destini, speranze e rinascite: e in questo nuovo tratto del cammino, vedremo entrare in azione soprattutto colei che dà il nome al libro, Rut, insieme alla sua anziana suocera Noemi.

Nel punto in cui riprendiamo il racconto, ci troveremo davanti anche a una terza donna, Orpa che, insieme alle altre due, sta intraprendendo il cammino di ritorno verso Betlemme di Efrata, in Giudea. Mettiamo in ascolto della Parola:

6Allora [Noemi] intraprese il cammino di ritorno dai campi di Moab con le sue nuore, perché nei campi di Moab aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. 7Partì dunque con le due nuore da quel luogo ove risiedeva e si misero in cammino per tornare nel paese di Giuda. 8Noemi disse alle due nuore: «Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! 9Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito». E le baciò. Ma quelle scoppiarono a piangere 10e le dissero: «No, torneremo con te al tuo popolo». 11Noemi insistette: «Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? 12Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi. Se anche pensassi di avere una speranza, prendessi marito questa notte e generassi pure dei figli, 13vorreste voi aspettare che crescano e rinuncereste per questo a maritarvi? No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me». 14Di nuovo esse scoppiarono a piangere. Orpa si accomiatò con un bacio da sua suocera, Rut invece non si staccò da lei.

15Noemi le disse: «Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e dal suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata». 16Ma Rut replicò: «Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. 17Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te».

18Vedendo che era davvero decisa ad andare con lei, Noemi non insistette più. 19Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: «Ma questa è Noemi!». 20Ella replicava: «Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l’Onnipotente mi ha tanto amareggiata! 21Piena me n’ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l’Onnipotente mi ha resa infelice?». 22Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo.

Nella ripresa del racconto è Noemi la protagonista: è lei che prende l’iniziativa. La vediamo mentre “si alza” – perché è proprio questo il termine utilizzato nel testo ebraico – e, con fierezza, decide di intraprendere un nuovo cammino, di dare inizio a una nuova tappa della sua vita.

Ci saremmo potuti aspettare una donna afflitta dalla serie di lutti terribili che avevano colpito la sua famiglia, gettando lei e le sue due nuore nella condizione di vedovanza: una condizione che, nella sua cultura, induceva a considerare queste donne come disgraziate, destinate a un’esistenza triste e priva di onore.

Vederla invece in piedi, risoluta, per nulla disposta a leccarsi le ferite o a compiangere i propri mali – e con lei anche le due giovani donne accomunate dallo stesso destino – ci fa comprendere la profondità della loro umanità e della loro spiritualità.

Il motivo per cui Noemi decide di fare ritorno nella terra da cui, dieci anni prima, aveva dovuto allontanarsi seguendo la decisione di Elimelec, è che lei, docile all’ascolto – come il suo nome suggerisce – ha compreso che a Betlemme, la «casa del pane» che un tempo produceva solo fame, Dio aveva ripreso a donare pane, a ridare vita al suo popolo. Il Signore aveva visitato il suo popolo e gli aveva rinnovato la sua grazia.

Questa dinamica non può non indurci a riflettere e a domandarci se anche noi, posti di fronte alle tante perdite di persone carismatiche che avevano la forza di indicarci la strada e infonderci coraggio, siamo capaci di alzarci e rimetterci in cammino; se siamo disposti a proseguire il viaggio, magari anche cambiando direzione, guidati non dalle nostre paure o abitudini, ma dal Signore della vita, che provvidente guida la storia di tutti verso il suo compimento.

Mentre cammina con le sue due nuore, a un certo punto Noemi, con grande realismo — dettato dalla consapevolezza che il ritorno a Betlemme sarebbe stato per loro un cammino pieno di difficoltà e incertezze — propone, seppure con dolore, un distacco. Avrebbe potuto, egoisticamente, pensare che le due giovani le avrebbero garantito una vecchiaia meno faticosa, un sostegno nell’ultimo tratto della vita. Ma, consapevole della propria condizione, della sua povertà e del fatto di non avere altro da offrire se non la benedizione del suo Dio — che volentieri invoca su di loro —, si sente libera di lasciarle andare.

Le giovani, commosse, non vogliono accogliere subito quell’invito e scoppiano in lacrime. Solo in un secondo momento, e dietro l’insistenza di Noemi, Orpa — dopo averla baciata — decide di tornare alla sua casa e alle sue radici. Rut, invece, resta. Il testo dice che «si strinse» a Noemi: si unisce a lei con una fedeltà radicale, che nasce non dall’obbligo o dalla convenienza, ma da una scelta libera, profonda e totale.

Non si può non notare la libertà autentica che caratterizza le decisioni prese da entrambe le donne. Quella di Noemi, propria di chi considera l’altro non come un oggetto da possedere ma come una persona dotata di una dignità da rispettare profondamente, si esprime come distacco e capacità di lasciare andare. Quella di Rut, invece, tipica di chi non si lascia guidare da opportunismo o convenienza, si realizza nel dono di sé: un’esperienza che trova senso solo nell’amore e nell’amicizia.

Con cuore libero, Rut pronuncia parole che ancora oggi risuonano come simbolo di fedeltà e speranza: «Dove tu andrai, andrò anch’io; dove tu starai, io starò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio: solo la morte potrà separarci» (cf. Rut 1,16).

Rut non si lega a un luogo, a un popolo o a una tradizione religiosa: si lega a Noemi. La sua speranza è un atto personale che si radica nella comunione e si fa alleanza di vita.

Il racconto segue Noemi e Rut sino al loro arrivo a Betlemme, che avviene – come sottolinea il narratore – all’inizio della mietitura dell’orzo, nel tempo cioè in cui la vita rinasce e i campi si riempiono di frutti. Un arrivo che non passa inosservato. Le donne di Betlemme, tra lo stupore generale, le accolgono: «È proprio Noemi?», si domandano, stringendosi quasi incredule intorno a lei. Una domanda che sembra riflettere, insieme, la gioia per un ritorno che non si attendeva più e l’amara constatazione del triste epilogo di una storia di emigrazione iniziata anni prima. È sempre difficile tornare quando si è partiti con una valigia piena di sogni e nessuno di quei sogni si è realizzato. Le donne del villaggio, ammutolite nel vederla rientrare senza marito, senza figli e senza discendenza – ma accompagnata da una giovane straniera che neppure si preoccupa di presentare – ascoltano il suo sfogo. Noemi sente che il dolore ha cambiato la sua identità. Non vuole più portare un nome che significa “dolcezza” o “gioia”, ma chiede di essere chiamata Mara, che significa “amarezza”. È come se la sofferenza avesse segnato il suo cuore così profondamente da ridisegnare la sua persona.

Sembra scontato dirlo, ma è vero per tutti: siamo il risultato della nostra storia, delle esperienze che viviamo, delle condizioni con cui percorriamo i nostri cammini. Per intenderci: è diverso vivere la quotidianità quando si è numerosi, giovani, pieni di energie, rispetto a quando – a causa dei cambiamenti che avvengono attorno a noi – ci si ritrova a fare i conti con l’assenza di un ricambio generazionale, con numeri in calo e con malattie o fragilità che invece aumentano. Si rischia allora di lasciarsi travolgere dalla situazione, sentendosi disillusi, amareggiati, tristi di fronte a ciò che la storia impone e che, se non è letto in una prospettiva di fede, rischia di essere percepito solo come una sconfitta, come il segno di una fine inesorabile e ingloriosa.

Noemi, poi, non parla solo di amarezza, ma anche di vuoto: «Ero partita piena e il Signore mi fa tornare vuota». Con queste parole esprime la consapevolezza della propria povertà e della mancanza di prospettive. Nelle sue parole, tuttavia, non c’è risentimento: non accusa Dio, anche se lo chiama in causa come colui che permette di sperimentare una condizione diversa da quella sperata.

Ma proprio in questo vuoto si apre un messaggio forte: è lì che Dio può agire. L’esperienza della povertà, del bisogno e della mancanza non segna la fine della storia, ma è lo spazio in cui Dio si manifesta. È come se il Signore, con sapienza, ci spogliasse delle nostre sicurezze per insegnarci a confidare in Lui.

 

Incontriamo il Vivente

  • Invoco lo Spirito Santo. Nel silenzio mi immergo nel racconto, che mi presenta una strada su cui camminano tre donne. Procedono con passo spedito, la schiena dritta, anche se segnate dalla stanchezza. Le ascolto mentre parlano tra loro. Intuisco che le lega un affetto profondo, fatto di stima e di rispetto. Sento anche che questo legame è così autentico da donare a ciascuna la libertà di decidere come proseguire il tratto di strada che hanno davanti. Amare nella libertà, scegliere di donarsi reciprocamente perché la vita possa fiorire: è un mistero su cui vale la pena fermarsi, riflettere, meditare.
  • Eccoci arrivati a Betlemme. Che accoglienza! Le amiche di Noemi non si sono dimenticate di lei. La sua dolcezza aveva lasciato nostalgia, il desiderio di poterla nuovamente incontrare. Ma Noemi, pur credendo e sperando in un futuro che Dio, nella sua Provvidenza, sta tessendo per lei e per Rut, si abbandona a parole che rivelano la tentazione — sempre in agguato — di cedere all’amarezza, allo scoraggiamento, alla delusione. Ascolto le sue parole mentre risponde alle amiche, e sento dentro di me che anch’io, spesso, lascio troppo spazio a questi sentimenti.
  • Le parole di Noemi mi invitano a guardarmi con verità: a riconoscere in me l’altalena tra fede e sfiducia, tra speranza e scoraggiamento, quando non addirittura la tentazione della rassegnazione. Tocco la mia povertà, senza paura. Mi rivolgo al Signore per offrirgliela, perché la benedica e la trasformi in spazio dove, con la sua grazia, Egli possa rivelarsi e farmi sperimentare la gioia dell’affidamento. Mantenendo gli occhi chiusi, compio nel mio cuore un atto di abbandono fiducioso. Recito piano, lentamente, il Padre nostro.

 

 

Signore, tu che visiti il tuo popolo e ridoni pane alla terra che credevamo sterile, raccogli anche oggi la nostra stanchezza e la nostra povertà. Quando il cuore si fa amaro come quello di Noemi, ricordaci che proprio lì tu prepari un inizio nuovo. Donaci la libertà di chi sa lasciar andare e la fedeltà di chi resta per amore. Fa’ che, come Rut, anche noi scegliamo la vita che nasce dalla comunione, e che, camminando dietro di Te, scopriamo che ogni vuoto può diventare grembo di speranza. Così sia!