Buongiorno a tutti! La quindicesima domenica del Tempo Ordinario ci invita a sostare ancora una volta su una delle parabole più conosciute del Vangelo: quella del seminatore. Ascoltiamola con cuore aperto, lasciandoci interrogare da ciò che può ostacolare l’accoglienza di Cristo e della sua Parola.
Il seminatore sparge il seme con abbondanza. Non calcola, non seleziona, non si trattiene. Il suo desiderio è che la Parola raggiunga tutti. Tuttavia, ciascuno l’accoglie secondo la disposizione del proprio cuore, raffigurata dai diversi tipi di terreno descritti nella parabola.
Il primo è «la strada». Gesù spiega che rappresenta chi ascolta la Parola senza comprenderla. Se il primo passo dell’accoglienza consiste nel cercare di comprendere ciò che Dio vuole comunicarci, proviamo a pensare a quante volte, nella nostra formazione cristiana, abbiamo imparato cose, spesso anche a memoria, senza coglierne il vero significato. Per lungo tempo è accaduto che si conoscessero formule, definizioni e risposte del catechismo senza che esse diventassero esperienza di vita. Lo stesso può accadere quando ascoltiamo passivamente la Scrittura proclamata nella liturgia, senza lasciarci coinvolgere da ciò che il Signore desidera dire proprio a noi. Una Parola ascoltata ma non compresa, o non tradotta in scelte concrete, finisce inevitabilmente per disperdersi.
Un’altra parte del seme – dice la parabola – cade «sul terreno sassoso». Qualche pietra nel terreno è persino utile, ma quando prevalgono i sassi la pianta non riesce a mettere radici profonde. Così è il discepolo che accoglie il Vangelo con entusiasmo, ma in modo superficiale, senza approfondirlo e senza lasciarsene trasformare. Una fede senza radici difficilmente resiste quando arrivano le prove, le delusioni o le inevitabili fatiche della vita.
Il seme cade poi «tra i rovi». Qui Gesù pensa a chi lascia che le preoccupazioni, gli affanni e le seduzioni del mondo soffochino lentamente la Parola. Tornano alla mente le parole rivolte a Marta: «Tu ti affanni e ti agiti per molte cose». Il problema non è avere responsabilità o impegni, ma permettere che essi occupino tutto lo spazio del cuore, fino a non lasciare più posto all’ascolto di Dio e dei fratelli.
Infine c’è il «terreno buono». Non è un terreno perfetto, ma un cuore disponibile, che accoglie la Parola, la custodisce e le permette di portare frutto. Ed è proprio questo il compito del discepolo. Gesù lo dice ai suoi nell’ultima cena: «Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». Perché questo accada è necessario rimanere uniti a Lui. Se il tralcio rimane unito alla vite per natura, il discepolo vi rimane attraverso una scelta quotidiana. Cristo desidera abitare in noi; spetta a noi preparare il terreno del cuore perché la sua Parola possa mettere radici e trasformare la nostra vita.
Aiutaci, Signore, a liberare il nostro cuore da tutto ciò che impedisce alla tua Parola di attecchire e di portare frutti di bene. Fa’ che ogni giorno possiamo accoglierla con intelligenza, custodirla con fedeltà e tradurla in scelte di vita. Buona domenica di vero cuore a tutti!


