Buongiorno a tutti! Gesù ci fa dono, in questa domenica, di un’altra parabola o, meglio, di una nuova occasione per guardare alla nostra esperienza quotidiana e verificare il modo in cui viviamo la relazione con il Padre e con tutto ciò che egli ci ha affidato. Mettiamoci allora, con il cuore aperto, in ascolto della Parola.
Quando racconta la parabola dei vignaioli omicidi, Gesù si trova a Gerusalemme, nel Tempio, negli ultimi giorni della sua vita. Ad ascoltarlo ci sono anche i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, ormai apertamente ostili nei suoi confronti. È in questo clima che racconta una parabola nella quale ripercorre simbolicamente la storia della relazione tra Dio e il suo popolo. L’immagine della vigna, ben conosciuta nella Scrittura, richiamava infatti Israele, che Dio aveva piantato e curato con amore. Il padrone manda ripetutamente i suoi servi a raccoglierne i frutti, ma essi vengono maltrattati e uccisi. In loro possiamo riconoscere gli inviati di Dio e, in modo particolare, i profeti, tante volte rifiutati e perseguitati. Alla fine manda suo figlio: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma proprio lui viene preso, cacciato fuori dalla vigna e ucciso. La parabola assume così un significato drammaticamente profetico: Gesù anticipa ciò che, di lì a pochi giorni, accadrà a lui stesso e, nello stesso tempo, mostra ai suoi interlocutori di conoscere le loro intenzioni. Per questo domanda: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Sono loro stessi a rispondere: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
Potremmo concludere semplicemente che i primi vignaioli rappresentano Israele e che gli altri contadini siamo noi cristiani. Ma, fermandoci qui, rischieremmo di perdere la provocazione che la parabola rivolge anche a noi. Occorre infatti domandarsi: perché quei vignaioli arrivano a maltrattare e uccidere tutti gli inviati del padrone, compreso suo figlio? La risposta emerge dal racconto: perché si sono impossessati della vigna. Hanno dimenticato di essere affidatari e si sono comportati da padroni. La vigna era stata consegnata loro perché la custodissero, la curassero e la facessero fruttificare; essi, invece, l’hanno considerata una proprietà da utilizzare per i propri interessi. Ed è qui che la parabola raggiunge la vita di ciascuno. Anche noi possiamo dimenticare che ciò che abbiamo non è qualcosa di cui disporre a nostro piacimento, ma un dono affidato alla nostra responsabilità. Pensiamo alla crisi ecologica: troppo spesso abbiamo trattato la terra come una proprietà da sfruttare, alterandone gli equilibri e dimenticando di essere chiamati a custodirla. Ma pensiamo anche alle relazioni. Papa Francesco e Papa Leone hanno tante volte denunciato la «cultura dello scarto», che finisce per considerare persino gli esseri umani secondo la logica dell’utile e dell’inutile. Possiamo comportarci da padroni anche degli altri quando pretendiamo di dominarli, di decidere per loro, di piegarli alle nostre aspettative. La parabola ci ricorda allora quale sia il nostro posto nel mondo: non padroni, ma custodi; non proprietari assoluti, ma persone alle quali molto è stato affidato perché porti frutto. La vita, gli altri, il creato, persino noi stessi non sono realtà da possedere e sfruttare. Ogni persona e ogni creatura hanno un valore che non dipende dall’utilità che possono avere per noi.
Signore, perdonaci per tutte le volte in cui ci siamo comportati da padroni della nostra vita, degli altri e del mondo che ci hai affidato. Insegnaci a vivere da custodi riconoscenti dei tuoi doni e a riscoprire la fraternità che ci unisce agli altri e a tutte le tue creature. Te lo chiediamo anche per intercessione di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia e patrono dell’ecologia, di cui proprio oggi celebriamo la festa. Buona domenica di vero cuore a tutti!


