Buongiorno a tutti! Anche in questa domenica il Vangelo ci offre un insegnamento di Gesù sulla preghiera. Il pubblicano e il fariseo, protagonisti della parabola su cui oggi ci fermiamo a meditare, salgono al tempio per pregare. Il modo in cui pregano, la qualità della loro preghiera, rivela il tipo di rapporto che ciascuno di loro ha con Dio e con il fratello. È come se Gesù ci dicesse: “Dimmi come preghi e ti dirò che credente sei!” Apriamo il cuore e la mente per accogliere la Parola.
Gesù ci pone di fronte a due modi differenti di pregare – quello del fariseo e quello del pubblicano – per invitarci a riflettere, a nostra volta, sulla qualità della nostra preghiera e della nostra vita di fede. Preghiera e vita di fede sono strettamente connesse, al punto che – sembra dire Gesù – l’una illumina l’altra: la preghiera ci aiuta a comprendere meglio la qualità della nostra fede.
Vediamo allora con attenzione questi due modelli. Il fariseo è descritto da Gesù in modo volutamente esagerato. Non è semplicemente un uomo pio e devoto, ma un super-pio, un super-devoto, che non si limita a fare ciò che prescrive la Legge per onorare Dio, ma va oltre. Digiuna, ad esempio, non una volta alla settimana, ma due. Ora, questo super-pio, dice Gesù, quando prega “sta ritto in piedi”. Per l’israelita osservante, questa è la posizione ideale della preghiera. Il problema, però, non sta nella postura esteriore – che è perfetta, impeccabile – ma nell’atteggiamento interiore. Il fariseo, infatti, non prega “tra sé” ma “davanti a sé”. Sta ritto non davanti a Dio, ma davanti al proprio “io”. È l’immagine del perfetto narcisista, per il quale Dio coincide con se stesso. Certamente, nel tempio, il fariseo sa che Dio c’è, ma nella sua preghiera Dio diventa solo uno spettatore della sua raffinatezza spirituale. Finora abbiamo considerato il modo in cui il fariseo si presenta fisicamente davanti a Dio. Se osserviamo anche le sue parole, troviamo un’ulteriore conferma di questo atteggiamento. La sua preghiera di ringraziamento, che dovrebbe esprimere gratitudine per i doni ricevuti, in realtà rivela compiacimento per ciò che egli non è: ringrazia di non essere come gli altri. Non si riconosce bisognoso di misericordia, ma si ritiene migliore, superiore. La sua alta considerazione di sé lo porta a guardare gli altri solo in termini negativi, dall’alto verso il basso, con disprezzo. Un pensiero che può insinuarsi anche in noi, quando crediamo di essere migliori degli altri solo perché andiamo a Messa o preghiamo ogni giorno. Ma Gesù ci ammonisce: «Stai attento! Non essere così precipitoso e senza misericordia nel tuo giudizio verso chi non vive la tua stessa esperienza religiosa: potrebbe avere più fede di te!»
È il caso del pubblicano della parabola. I pubblicani erano considerati ladri e impuri, persone da evitare, gente lontana da Dio. Eppure, proprio costoro potevano intraprendere un cammino di ritorno, come il figlio minore della parabola del Padre misericordioso, quando prende coscienza delle conseguenze di una vita vissuta senza Dio e senza il fratello. Il pubblicano, nel tempio, prega “a distanza”, dice Gesù, perché riconosce di avere un cammino di conversione da compiere, una distanza da colmare nella relazione con Dio e con gli altri. Sta con il capo chino, come gli anawim, i poveri di Israele, che proprio nella loro povertà riescono a fare spazio a Dio e al prossimo. Al contrario, chi è pieno di sé, come il fariseo, non lascia spazio a nessuno. Nel suo cuore non c’è posto per l’altro, perché il suo io smisurato è diventato il dio a cui si rivolge quando prega.
Signore, ci hai provocato con questi due modelli perché riflettessimo sulla qualità della nostra vita di fede. Donaci un cuore umile, capace di riconoscere la nostra povertà non come qualcosa di cui vergognarci, ma come la condizione per fare spazio in noi a Te e al fratello. Buona domenica di vero cuore a tutti!

